Prevenzione

Aprile 15, 2009

Lunedì sera. Io e V. decidiamo di concederci una cenetta romantica in un ristorante napoletano dietro il Pantheon. Dopo aver consumato le nostre pizze a cornicione alto e un trancio di pastiera annacquati da due birre medie, adocchiamo il padrone del locale che fa segno al cameriere di accorrere al nostro tavolo. «Offri due amari a questi giovani» gli fa sorridendo. «Sono qui a Roma in luna di miele». Io e V. ci squadriamo di sottecchi e di comune intesa – un po’ per non mortificare l’intuito professionale del boss, un po’ per non perdere il diritto al gradito omaggio della casa – ci guardiamo bene dal rivelare che in realtà siamo già sposati e, come se non bastasse, abbiamo la residenza romana da più di un anno. Alla fine chiediamo il conto. «Paghi tu, eh?» farfalleggia lo scoppiettante proprietario, riattingendo all’ennesimo stereotipo che deve aver immagazzinato nella sua agenda mentale sotto la voce “coppia in viaggio di nozze”. Ma questa volta non mi sento di non deluderlo. «No, paga lei» rispondo accennando alla mia compagna che ha già messo mano al portafogli. «Sa, in questo tavolo c’è solo una persona che percepisce uno stipendio». «Capisco», mi posa una mano comprensiva sulla spalla. «Ma tu non preoccuparti. Tanto alla fine ti portano via tutto. Tu continua a non avere niente di tuo e vedila così: ti stai solo portando avanti col lavoro».

Vero e falso

Aprile 15, 2009

Il mio vegetarianesimo mi impone di  non indossare capi in pelle. Così l’altro giorno faccio un giro per negozi in cerca di un nuovo paio di scarpe. Entro in un negozio. Vedo una coppia di scarponcini che sembra fare al caso mio: il prezzo e l’aspetto del materiale sembrano escludere la possibilità che, per produrle, sia stato ucciso e scuoiato un essere vivente. Il commesso si fa avanti con una strana eccitazione negli occhi. Gli indico l’oggetto del mio desiderio. Lui annuisce febbrilmente e afferra il prodotto. Poi, con un eccesso di zelo che pagherà caro, mi brandisce le scarpe sotto il naso e mi fa: “Vera pelle, sa? Queste scarpe sono in vera pelle.” “Allora può metterle via” replico pacato. “Non mi interessano. Sa, io cercavo un paio di scarpe in finta pelle.” “E che ho detto io?” fa marcia indietro il furbetto. “Finta pelle! Queste scarpe, signore, sono in vera finta pelle!”

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Era, me lo rammento, un secchio da strutto, di bordo molto largo e senza coperchio. Al mio andare, la birra traboccava e mi bagnava le gambe. Camminando, riflettevo. La birra era una cosa molto preziosa. A ripensarci doveva essere meravigliosamente buona. Altrimenti, perché mi avrebbero sempre proibito di berla, in casa? Altre cose che i grandi mi vietavano erano poi parse buone. Dunque anche la birra era buona. Fidati dei grandi. Quelli sanno.

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Uomini come Joe detto il «Papero» datavano la loro esistenza da una sbornia all’altra.

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Ed ecco qui un’altra lagnanza che io levo contro John Barleycorn. Proprio di questi tipi in gamba si impadronisce, quelli che han dentro il fuoco, quelli che sono grandi, ardenti, quelli che hanno il meglio delle debolezze umane.

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Anche l’ebrezza intellettuale ha il suo doposbornia.

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Ecco come si comportano i fedeli di John Barleycorn. Quando viene la buona sorte, bevono. Quando viene la mala sorte, bevono alla speranza della sorte buona. Se capita una sfortuna, bevono per dimenticarsela. Se incontrano un amico, bevono. Se litigano con un amico e lo perdono, bevono. Se hanno successo in amore, tanta è la loro felicità che per forza devono bere. Se vanno in bianco, bevono per l’opposto motivo. E se proprio non hanno niente da fare, ebbene, bevono qualcosa, con la piena consapevolezza che dopo aver bevuto a sufficienza comincerà a pizzicare il cervello e le mani saranno piene di cose da fare. Quando non hanno ancora bevuto, vogliono da bere, e quando hanno bevuto vogliono bere ancora.

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E poi c’era la faccenda dello scrivere a macchina. Mio cognato possedeva una macchina da scrivere che usava di giorno. Di notte ero libero di usarla io. Questa macchina era una meraviglia. Mi vien da piangere, adesso, se ripenso alle battaglie che feci con quella macchina. Doveva essere il modello uno dell’anno uno delle macchine da scrivere. Le lettere eran tutte maiuscole. E aveva anche un carattere diabolico. Non obbediva ad alcuna legge nota della fisica e stravolgeva l’assioma secondo il quale cose simili compiute con cose simili danno risultati simili. Giuro che quella macchina non fece mai la stessa cosa alla stessa maniera. Più di una volta mi dimostrò che azioni dissimili producono risultati simili.

Che mal di schiena con quella macchina. Prima di questa esperienza la mia schiena era stata buona per qualsiasi esperienza impostale nella mia carriera tutt’altro che dolce. Invece la macchina da scrivere mi dimostrò che al posto della spina dorsale io avevo una cannuccia da pipa. Non solo, mise in dubbio anche le mie spalle. Dopo ogni scontro, mi dolevano di reumatismi. I tasti di quella macchina bisognava batterli con tanta forza che a sentirla da fuor di casa sembrava un tuono lontano o il chiasso di qualcuno che sta sfasciando il mobilio. Dovevo battere sui tasti con tanta forza che le dita mi si riempivano di vesciche e il dolore mi arrivava fino al gomito. Se la macchina fosse stata mia l’avrei fatta funzionare con un martello da falegname.

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Ecco, appena entravo in compagnia degli altri, mi lasciavo prendere dalla malinconia e dalle lacrime spirituali. Non riuscivo a ridere ascoltando le solenni affermazioni di individui che io giudicavo solenni somari; non riuscivo a ridere e neanche più a ricorrere alle mie gioviali canzonature dei tempi andati, dinanzi al chiacchiericcio sciocco e superficiale delle donne le quali, dietro tutta la loro sciocchezza e morbidezza, erano in fondo primitive, dirette, mortali nella ricerca del proprio destino biologico, come le scimmie prima che abbandonassero la pelliccia per indossare la pelliccia di altri animali.

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E non ero pessimista. Giuro che non ero pessimista. Ero semplicemente annoiato.

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A volte penso che cominciai a bere perché ero molto felice.

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Mi sentivo tanto bene che non so come, non so dove, sorse in me il desiderio  insaziabile di sentirmi meglio. Ero così felice che volevo spingere ancora più in alto la mia felicità. E sapevo il modo.

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A volte mi balzava alla mente un pensiero di avviso. Dove portava questo bere continuo? Ma provate a porre questa domanda a John Barleycorn. Ti risponde: «Vieni a bere qualcosa e io te lo dico».


Jack London, John Barleycorn, Utet, Torino 2008

Traduzione di Luciano Bianciardi (rivista da Luciana Bianciardi)

Titolo originale: John Barleycorn

Il libro

Prendete un aristocratico che, passato per la cruna dell’Ancien Régime, dell’Età Napoleonica e della Restaurazione, è ossessionato dal pensiero di riacquistare la nobiltà perduta. Aggiungeteci una figlia viziata non meno posseduta dall’idea  del sangue blu e vanitosamente decisa a respingere l’esercito dei suoi pretendenti a colpi di ciglia  e battutine salaci. Condite con un pittoresco zio viceammiraglio, nell’occasionale veste di ruffiano, che si esprime come un eroe di Melville («Sta’ tranquilla, cara nipote [...]  puoi arpionarlo in tutta sicurezza», «Non sai forse che, purché sia un nobiluomo, ho qualche sacchettino nei miei boccaporti»). Infine aggiungete un ragazzo benfatto e impeccabilmente educato ma dalle oscure origini sociali, e amalgamate il tutto. Il risultato è questo manicaretto narrativo dall’inconfondibile sapore balzacchiano: Il ballo di Sceaux o Il Pari di Francia, composto dallo scrittore di Tours nel 1830.  Il ballo del titolo è quello che fa incrociare le traiettorie dell’aristocratica Emilia e dell’avvenente e misterioso Longueville, ma è anche il balletto delle convenzioni sociali e delle schermaglie amorose con le sue contraddanze e i suoi, imprevedibili, scambi di partner.


Un assaggio

Si sarebbe detto che, simile a una principessa delle Mille e una notte, Emilia fosse tanto ricca e tanto bella da potersi permettere di scegliere fra tutti i principi dell’universo; le sue obiezioni erano una più buffa dell’altra: uno aveva le gambe troppo grosse o le ginocchia storte, l’altro era miope, questo si chiamava Durand, quello guardava losco, quasi tutti le sembravano troppo grassi. Più vivace, più incantevole, più gaia che mai dopo aver respinto due o tre pretendenti, si lanciava nelle feste della stagione invernale e volava ai balli dove i suoi occhi penetranti esaminavano le celebrità del giorno, e si compiaceva d’incoraggiare domande di matrimonio che poi regolarmente rifiutava. [...]

Seduta su una di quelle sedie che limitavano l’area della sala, s’era messa dalla parte estrema del gruppo formato dai suoi familiari per potersi alzare e muovere a suo piacimento, comportandosi con i quadri viventi e le composizioni offerti dall’ambiente come in un museo: puntava l’occhialino su una persona che si trovava a due passi da lei, e faceva le sue osservazioni come se criticasse o lodasse un pezzo di scultura o una scena di genere. I suoi sguardi, dopo aver errato su quella vasta tela animata, furono attratti all’improvviso da una figura che sembrava essere stata messa a bella posta in un angolo del quadro, come un personaggio assolutamente fuor di proporzione con tutto il resto.


Frasi memorabili

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Come la maggior parte dei fanciulli viziati, tiranneggiò coloro che l’amavano e rivolse le sue moine agli indifferenti.

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Una nobiltà senza privilegi è un manico senza utensile.

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Come tutti i giovani, ignorando i pericoli dell’amore e del matrimonio, s’entusiasmò per le apparenze ingannatrici del matrimonio e dell’amore.

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Sono viceammiraglio, signore. Non è come dirvi che un duello mi preoccupa quanto fumare un sigaro? Ai miei tempi due giovani potevano diventare amici solo dopo aver visto il colore del rispettivo sangue.

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Ah! non parliamo di politica. Io sono un povero ultrarealista, sapete. Non impedisco ai giovani di fare i rivoluzionari, purché lascino al re la libertà di disperdere i loro assembramenti.

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L’amore dà tutto, ma solo agli innamorati. Una volta sposi, occorre qualcosa di più di un cielo azzurro e un prato verdeggiante.

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Ma scusate le mie ciarle, signorina: vengo dalla Germania, e da un anno non udivo parlare correttamente in francese. Sono diugiuno a tal punto di bei visi francesi e così sazio di facce tedesche, che mi metterei a parlare alle statue di un candelabro parigino.


Honoré de Balzac, Il ballo di Sceaux, Passigli, Firenze 2008

Traduzione di Nanda Colombo

Titolo originale: Le bal de Sceaux, ou le Pair de France

Risposte

Febbraio 23, 2009

Questionario di sociologia. Trentratré domande su issue, panel, ricerca avalutativa e menate varie. Il professore, un omaccione tanto alto quanto grosso con la faccia imbandierata da un barbone da patriarca, fa la ronda tra i banchi. «Questo questionario è difficilissimo!» si lagna tra i denti una studentessa. «Difficile?» le fa eco il docente. «Senta, signorina, questo questionario è stato testato su un gruppo di allievi della Lumsa. Studenti in teologia. Cattolici. Niente di più lontano di Weber dalla loro sensibilità e cultura. Altro che questionario difficile!» «Capirai,» ribatte una voce dal fondo, «per quelli la risposta a tutte le domande è Dio…»

Il libro

Un giorno come tanti, mentre lavora a una tela di ampie dimensioni, il giovane pittore Hippolyte Schinner cade giù dalla scala, batte il capo contro uno sgabello e perde i sensi. Al risveglio la sua testa è sostenuta da due premurose mani femminili, che l’artista scopre appartenere a una ragazza dai beni modi di cui non tarda a innamorarsi. Il banale incidente porta così il protagonista del racconto, scritto da Balzac nel 1832 all’interno della Comédie Humaine e inserito nella sezione dedicata agli “Studi di costume”, al centro di una tela domestica dominata dalla giovane, dalla sua vecchia madre e da un misterioso reduce d’età napoleonica. Ha così inizio un piccolo giallo familiare dove l’amore, l’arte, l’appartenenza sociale e – il dispotico burattinaio delle umane vicende, secondo Balzac – Monsieur L’Argent duellano e duettano amabilmente. Le due donne e il loro ambiguo sodale sono davvero ciò che sembrano? E la scomparsa della borsa di Hyppolite – fulcro dello scioglimento del racconto nonché della visione balzacchiana della società – è davvero una semplice sparizione o non invece un furto abilmente orchestrato?


Un assaggio

Nessun pittore di costumi ha osato iniziarci, forse per pudore, agli interni veramente curiosi di certe esistenze parigine, al segreto di quelle abitazioni da cui escono degli abbigliamenti così freschi e così eleganti, delle donne così brillanti che, ricche di fuori, lasciano vedere dappertutto a casa loro i segni di una fortuna equivoca. Se la pittura è qui troppo chiaramente disegnata, se vi trovate delle lungaggini, non ne accusate la descrizione che fa, per così dire, tutt’uno con la storia: perché l’aspetto dell’appartamento abitato dalle due vicine influì molto sui sentimenti e sulle esperienze di Hippolyte Schinner. La casa apparteneva a uno di quei proprietari che hanno un orrore profondo per le riparazioni e per gli abbellimenti, uno di quegli uomini che considerano la loro posizione di proprietario parigino come un mestiere. Nella grande catena di specie morali, questa gente è a metà strada tra l’avaro e l’usuraio. Ottimisti per calcolo, sono del tutto fedeli allo status quo dell’Austria. Se volete parlare di toccare un’imposta o una porta, di praticare il più indispensabile spiraglio, i loro occhi brillano, la loro bile è in subbuglio, loro si impennano come cavalli spaventati. Quando il vento ha spostato qualche tegola dai loro caminetti, si danno per malati e non possono andare al Gymnase o a Porta Saint-Martin per fare le riparazioni. Hippolyte, che a proposito di certi abbellimenti da fare nel suo studio, aveva avuto gratis la rappresentazione di una scena comica con il signor Molineux, non si stupì dei toni neri e grassi, delle tinte oleose, delle macchie e di altri accessori piuttosto sgradevoli che decoravano le pareti. Questi segni di miseria non sono d’altra parte senza poesia agli occhi di un artista.

Mademoiselle Leseigneur venne lei stessa ad aprire la porta. Vedendo il giovane pittore lo salutò; poi, allo stesso tempo, con quella abilità parigina e quella presenza di spirito data dall’orgoglio, si girò per chiudere la porta di un tramezzo di vetro attraverso il quale Hippolyte avrebbe potuto vedere qualche biancheria stesa su delle corde sopra la cucina economica, una vecchia branda, la brace, il carbone, ferri da stiro, un serbatoio, il vasellame e tutti gli utensili tipici dell’uso domestico. Delle tende di mussolina molto pulite nascondevano accuratamente questo capharnaum, parola usata per designare familiarmente queste specie di laboratori, del resto mal illuminati da piccole finestre affacciate su una corte vicina. Con il rapido colpo d’occhio degli artisti, Hippolyte vide la destinazione, i mobili, l’insieme e lo stato di questa prima stanza divisa in due. La parte più nobile, che serviva allo stesso tempo da anticamera e da sala da pranzo, era coperta da una vecchia carta di color dorato, dal bordo vellutato, senza dubbio fabbricata da Réveillon, e della quale i buchi e le macchie erano stati accuratamente nascosti sotto delle etichette. Delle stampe di Lebrun rappresentanti le battaglie di Alessandro, ma in cornici senza più doratura, decoravano simmetricamente i muri. In mezzo a questa stanza c’era un tavolo di mogano massiccio, di forme antiquate e con i bordi consumati. Una piccola stufa, il cui tubo dritto e senza gomito si vedeva appena, si trovava davanti al camino, il cui vano conteneva un armadio. Per un contrasto bizzarro, le sedie offrivano qualche vestigia di uno splendore passato, erano di mogano scolpito, ma il marocchino rosso della seduta, i chiodi dorati e le molle mostravano delle cicatrici numerose come quelle dei vecchi sergenti della guardia imperiale.

Questa stanza serviva da museo per certe cose che si trovavano in quella specie di case anfibie, oggetti senza nome che partecipano allo stesso tempo del lusso e della miseria. Tra le altre curiosità, Hippolyte vide un cannocchiale magnificamente decorato, sospeso sopra il piccolo specchio verdastro che decorava il camino. Per completare questo strano mobilio, tra il camino e il tramezzo c’era una brutta credenza dipinta a mogano, tra tutti i tipi di legno quello che si riesce meno a imitare. Ma il pavimento rosso e scivoloso, i brutti tappetini messi davanti alle sedie, i mobili, tutto brillava di quella proprietà di strofinìo che presta un falso lustro alle cose vecchie, accusandone ancora di più i loro difetti, la loro età e il loro lungo uso. Regnava in questa stanza un sentore indefinibile risultante dalle esalazioni del capharnaum mescolate con i vapori della sala da pranzo e con quelli delle scale, benché la finestra fosse semiaperta e l’aria della strada muovesse le tende di percalle accuratamente tirate, in modo da nascondere il vano dove i precedenti inquilini avevano lasciato i segni della loro presenza con diverse incrostazioni, sorta di affreschi domestici. Adélaïde aprì prontamente la porta dell’altra stanza, dove fece entrare il pittore con un certo piacere. Hippolyte, che un tempo aveva visto a casa della madre gli stessi segni di povertà, li notò con la singolare vivacità d’impressione che caratterizza le prime acquisizioni della nostra memoria, e si calò meglio di chiunque altro nei dettagli di quella esistenza. Riconoscendo gli oggetti della sua vita d’infanzia, questo buon giovanotto non ebbe né disprezzo per quella disgrazia nascosta, né orgoglio per il lusso che egli aveva appena conquistato per sua madre.

«Bene, signore! Spero che non risentiate più della vostra caduta» gli disse la vecchia madre, alzandosi da un antico sedile messo all’angolo del camino e offrendogli una poltrona.


Frasi memorabili

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Non è un merito molto raro quello di saper giudicare la propria epoca?

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Teneva il posto a metà tra il cane, il pappagallo e l’amico.

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Feconda e ridente, la speranza gli versò mille pensieri di felicità, e lui non volle più osservare niente intorno a sé. Fanciullo pieno di fiducia, gli parve disonorevole analizzare un piacere.


Honoré de Balzac, La borsa, Barbes, Firenze 2008

Traduzione di Gabriele Fredianelli

Titolo originale: La bourse

Videodrome

Febbraio 6, 2009

Caserta, 6 novembre 2008. A Valle di Maddaloni un bimbo di 4 anni è morto schiacciato dal televisore che stava tentando di spostare. Il televisore era sistemato su un carrello con le ruote nel soggiorno di casa, e il piccolo lo ha voluto posizionare in maniera da poter vedere i cartoni animati mentre era a tavola in una stanza attigua. Ma la tv gli è caduta addosso causandogli lo schiacciamento del torace e altre lesioni interne. Il bambino è morto prima di giungere al pronto soccorso.

Ascoli Piceno, 27 gennaio 2009. È morta a sette anni schiacciata dal televisore di casa che le è caduto addosso. La tragedia è accaduta a Montegranaro, piccolo comune sull’Appennino, in provincia di Ascoli Piceno, nelle Marche. La piccola Sara, questo il nome della bimba, era in casa quando ha inciampato nel carrello porta-tv. Una manciata di secondi e anche il pesante apparecchio le è piombato sopra come un’incudine. Sara non ha avuto scampo. Il suo corpicino è stato schiacciato dal televisore. La bimba è stata accompagnata in ambulanza all’ospedale di Civitanova Marche e in elicottero ad Ancona dove i medici avrebbero potuto prestarle cure migliori, ma è stato tutto inutile. L’agonia è terminata ieri mattina in un lettino del reparto rianimazione davanti alla disperazione dei genitori che hanno trascorso la notte al suo capezzale.

Trapani, 5 febbraio 2009. Una donna di ottantadue anni, Maddalena Motisi, è morta oggi, a Trapani, a seguito dello scoppio di un televisore. La pensionata, che viveva da sola, è stata investita dall’esplosione. Sul posto sono intervenuti i vigili del fuoco che hanno provveduto a spegnere l’incendio. Per l’anziana non c’era però più nulla da fare.

Che cos’è questa cosa? Dove voglio andare a parare? Sono io, senza dubbio, il primo a non saperlo. O forse a non ricordarlo. Già, il guaio è proprio questo: una memoria che fa cilecca come un cerino bagnato. Non ricordo nulla – o pochissimo – delle cose che mi sono accadute e di quelle che tuttora mi accadono. Perdo pezzi. Mi appanno. Dissolvo. E allora questa cosa è forse il tentativo di non scordare del tutto, di restare a galla in un mare di post-it. Ecco perché “il libro della mente”.

Sempre che non valga l’esatto contrario e la scrittura non vada a braccetto con l’oblio. Bernardin de Saint-Pierre: «Ciò che metto sulla carta lo tolgo dalla memoria e quindi lo dimentico». Magari è proprio così: si scrive per dimenticare. Per elaborare, attraverso lo scritto, il lutto della realtà. Per riporre la vita dentro un libro da riporre in uno scaffale e via.

Ma forse no. Forse un’altra eventualità esiste. A offrirmela è Immanuel Kant, il filosofo. L’uomo sulla cui passeggiata gli abitanti di Königsberg accordavano gli orologi. Kant aveva un domestico di nome Lampe che lo assisteva durante tutta la giornata, dalla sveglia alle cinque in punto del mattino («È ora!») al pranzo all’una esatta («La minestra è in tavola!»), fino a temperare alla sera la penna di cui il filosofo aveva bisogno la mattina dopo per scrivere. Ma nel 1802, quando aveva settantotto anni suonati e la sua mente iniziava ormai a vacillare sotto i colpi della vecchiaia, Kant licenziò il fedele domestico. Ne seguirono sconforto, afflizione, rabbia. E fu proprio il risentimento che, insieme all’incapacità di scordare il servitore, gli fece annotare su un foglietto il seguente promemoria: Ora il nome di Lampe va assolutamente dimenticato. Straordinario, sublime paradosso che sembra racchiudere il senso stesso dello scrivere (e – perché no? – della vita): ricordarsi di dimenticare.