Dimenticare il nome di Lampe
Maggio 30, 2008

Che cos’è questa cosa? Dove voglio andare a parare? Sono io, senza dubbio, il primo a non saperlo. O forse a non ricordarlo. Già, il guaio è proprio questo: una memoria che fa cilecca come un cerino bagnato. Non ricordo nulla – o pochissimo – delle cose che mi sono accadute e di quelle che tuttora mi accadono. Perdo pezzi. Mi appanno. Dissolvo. E allora questa cosa è forse il tentativo di non scordare del tutto, di restare a galla in un mare di post-it. Ecco perché “il libro della mente”.
Sempre che non valga l’esatto contrario e la scrittura non vada a braccetto con l’oblio. Bernardin de Saint-Pierre: «Ciò che metto sulla carta lo tolgo dalla memoria e quindi lo dimentico». Magari è proprio così: si scrive per dimenticare. Per elaborare, attraverso lo scritto, il lutto della realtà. Per riporre la vita dentro un libro da riporre in uno scaffale e via.
Ma forse no. Forse un’altra eventualità esiste. A offrirmela è Immanuel Kant, il filosofo. L’uomo sulla cui passeggiata gli abitanti di Königsberg accordavano gli orologi. Kant aveva un domestico di nome Lampe che lo assisteva durante tutta la giornata, dalla sveglia alle cinque in punto del mattino («È ora!») al pranzo all’una esatta («La minestra è in tavola!»), fino a temperare alla sera la penna di cui il filosofo aveva bisogno la mattina dopo per scrivere. Ma nel 1802, quando aveva settantotto anni suonati e la sua mente iniziava ormai a vacillare sotto i colpi della vecchiaia, Kant licenziò il fedele domestico. Ne seguirono sconforto, afflizione, rabbia. E fu proprio il risentimento che, insieme all’incapacità di scordare il servitore, gli fece annotare su un foglietto il seguente promemoria: Ora il nome di Lampe va assolutamente dimenticato. Straordinario, sublime paradosso che sembra racchiudere il senso stesso dello scrivere (e – perché no? – della vita): ricordarsi di dimenticare.