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Era, me lo rammento, un secchio da strutto, di bordo molto largo e senza coperchio. Al mio andare, la birra traboccava e mi bagnava le gambe. Camminando, riflettevo. La birra era una cosa molto preziosa. A ripensarci doveva essere meravigliosamente buona. Altrimenti, perché mi avrebbero sempre proibito di berla, in casa? Altre cose che i grandi mi vietavano erano poi parse buone. Dunque anche la birra era buona. Fidati dei grandi. Quelli sanno.

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Uomini come Joe detto il «Papero» datavano la loro esistenza da una sbornia all’altra.

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Ed ecco qui un’altra lagnanza che io levo contro John Barleycorn. Proprio di questi tipi in gamba si impadronisce, quelli che han dentro il fuoco, quelli che sono grandi, ardenti, quelli che hanno il meglio delle debolezze umane.

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Anche l’ebrezza intellettuale ha il suo doposbornia.

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Ecco come si comportano i fedeli di John Barleycorn. Quando viene la buona sorte, bevono. Quando viene la mala sorte, bevono alla speranza della sorte buona. Se capita una sfortuna, bevono per dimenticarsela. Se incontrano un amico, bevono. Se litigano con un amico e lo perdono, bevono. Se hanno successo in amore, tanta è la loro felicità che per forza devono bere. Se vanno in bianco, bevono per l’opposto motivo. E se proprio non hanno niente da fare, ebbene, bevono qualcosa, con la piena consapevolezza che dopo aver bevuto a sufficienza comincerà a pizzicare il cervello e le mani saranno piene di cose da fare. Quando non hanno ancora bevuto, vogliono da bere, e quando hanno bevuto vogliono bere ancora.

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E poi c’era la faccenda dello scrivere a macchina. Mio cognato possedeva una macchina da scrivere che usava di giorno. Di notte ero libero di usarla io. Questa macchina era una meraviglia. Mi vien da piangere, adesso, se ripenso alle battaglie che feci con quella macchina. Doveva essere il modello uno dell’anno uno delle macchine da scrivere. Le lettere eran tutte maiuscole. E aveva anche un carattere diabolico. Non obbediva ad alcuna legge nota della fisica e stravolgeva l’assioma secondo il quale cose simili compiute con cose simili danno risultati simili. Giuro che quella macchina non fece mai la stessa cosa alla stessa maniera. Più di una volta mi dimostrò che azioni dissimili producono risultati simili.

Che mal di schiena con quella macchina. Prima di questa esperienza la mia schiena era stata buona per qualsiasi esperienza impostale nella mia carriera tutt’altro che dolce. Invece la macchina da scrivere mi dimostrò che al posto della spina dorsale io avevo una cannuccia da pipa. Non solo, mise in dubbio anche le mie spalle. Dopo ogni scontro, mi dolevano di reumatismi. I tasti di quella macchina bisognava batterli con tanta forza che a sentirla da fuor di casa sembrava un tuono lontano o il chiasso di qualcuno che sta sfasciando il mobilio. Dovevo battere sui tasti con tanta forza che le dita mi si riempivano di vesciche e il dolore mi arrivava fino al gomito. Se la macchina fosse stata mia l’avrei fatta funzionare con un martello da falegname.

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Ecco, appena entravo in compagnia degli altri, mi lasciavo prendere dalla malinconia e dalle lacrime spirituali. Non riuscivo a ridere ascoltando le solenni affermazioni di individui che io giudicavo solenni somari; non riuscivo a ridere e neanche più a ricorrere alle mie gioviali canzonature dei tempi andati, dinanzi al chiacchiericcio sciocco e superficiale delle donne le quali, dietro tutta la loro sciocchezza e morbidezza, erano in fondo primitive, dirette, mortali nella ricerca del proprio destino biologico, come le scimmie prima che abbandonassero la pelliccia per indossare la pelliccia di altri animali.

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E non ero pessimista. Giuro che non ero pessimista. Ero semplicemente annoiato.

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A volte penso che cominciai a bere perché ero molto felice.

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Mi sentivo tanto bene che non so come, non so dove, sorse in me il desiderio  insaziabile di sentirmi meglio. Ero così felice che volevo spingere ancora più in alto la mia felicità. E sapevo il modo.

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A volte mi balzava alla mente un pensiero di avviso. Dove portava questo bere continuo? Ma provate a porre questa domanda a John Barleycorn. Ti risponde: «Vieni a bere qualcosa e io te lo dico».


Jack London, John Barleycorn, Utet, Torino 2008

Traduzione di Luciano Bianciardi (rivista da Luciana Bianciardi)

Titolo originale: John Barleycorn