Trasloco

febbraio 11, 2010

Informo i miei 25 lettori che l’autore di questo sito ha traslocato qui. Perché? Perché cambiare fa bene al cuore. Per il gusto perverso di produrre per la prima volta spazzatura internettica (qualcosa di molto simile al brivido che si prova spiaccicando una caccola sotto il bordo di un tavolo). Per sperimentare l’emozione di giustificarsi elencando una serie di perché. Per un motivo che conosce solo lui. Perché il nome del nuovo blog suonava di gran lunga meglio.

Cartoline 2 / Atene

febbraio 10, 2010

Attracchiamo al Pireo nella prima mattinata. Il termometro dà ventitré gradi, l’umidità sfiora il settantasei per cento e si vede: lo scalo, la città e i monti alle sue spalle sono velati da filacce di nebbia fittissima. Alcune barche più al largo sembrano sospese, come modellini da collezione, in una bottiglia di ouzo. È la prima volta che vedo  un porto delle dimensioni del Pireo, così grande che in realtà – mi informa il capitano – «è più porti messi insieme». Da qui, cioè dalla balaustra di poppa del sesto ponte della nave, l’Acropoli non è visibile. Tuttavia l’anfiteatro di vette che circonda a semicerchio la città portuale ne è già più che un presagio. E infatti dopo aver attraversato la città in tassì – un viaggio rocambolesco per semafori rossi, sorpassi a destra e un’improbabile idea di scorciatoia, per oltre mezz’ora praticamente in balia (ma dovrei dire «in ostaggio») di un autista dai folti baffi staliniani intento, mentre scazzotta il volante impellicciato, a fumare sigarette greche, accapigliarsi al cellulare suppongo con una moglie permalosa e sorseggiare a scatti da una fiaschetta metallica qualcosa che all’olfatto sembra alcol puro denaturato – alla fine eccomi qui. È con un piacevole scrocchio delle vertebre cervicali che sollevo la testa per avvistare da basso l’Acropoli. Mi arrampico insieme a un gruppetto di turisti con una goffaggine da rampeur dilettante. L’odore di foglie marce è nauseabondo. Passo attraverso Porta Beulè e raggiungo i Propilei. La maggior parte dei monumenti è in fase di ristrutturazione. Sulla destra il tempietto di Atena Nike, interamente incappucciato dalle impalcature, è appena visibile. I ponteggi di metallo sfigurano anche il Partenone. Mi rifugio con altri turisti nella contemplazione della loggetta delle cariatidi: le teste che reggono il tetto della balconata da millenni, il loro vigore senza sforzo. Poi seguo la folla e mi sporgo dal parapetto di roccia.  La veduta di Atene che si gode da quassù è quasi aerea. Dopo un bel po’ decido di scendere e mi addentro nella Plaka. Sirtaki e odore di pita nell’aria. Mi allontano ulteriormente fino a fare una puntatina al tempio di Zeus Olimpio. Viste da qui, le rovine classiche imbracate dai ponteggi testimoniano l’estenuante, ininterrotta manutenzione dell’eterno. Per un attimo dimentico i libri di storia e le nozioni dei manualetti d’arte e, con un senso di vertigine, mi aggredisce l’allucinazione che lassù, su quello zoccolo di roccia, l’Acropoli sia in fase di costruzione, appena messa in cantiere. Il passato – annoto sulla mia moleskine – è ancora tutto da fare. Ma il pomeriggio è ormai inoltrato. Mi tocca ritornare alla nave.

A quel tempo facevo il commesso in libreria e, come tutti i commessi di libreria,  scrivevo e sognavo di vedere un giorno il mio nome stampato su uno dei tanti volumi che ero quotidianamente costretto a riporre negli scaffali o spolverare. Una mattina passavo la scopa tra le isole traboccanti di libri. Avevo appoggiato il mento sul dorso delle mani a loro volta appoggiate sul manico della scopa quando entrò in libreria niente poco di meno che Philip Roth, il grande scrittore statunitense. La bocca stretta, gli occhi espressivi, i folti sopraccigli e la calvizie che gli aveva risparmiato come una sciarpetta setolosa tutt’intorno alla testa. Amavo molto i suoi libri: lo stile, le storie, i personaggi. Così decisi di non perdere tempo e lo arpionai. “Avrei bisogno dei suoi consigli…” gli domandai timidamente. “Vorrei tanto imparare da lei. Vorrei che m’insegnasse tutto quello che c’è da sapere. Sento che solo così potrò davvero migliorare.” Allora Philip Roth sorrise. Sorrise e mi disse: “Se ci tiene tanto a migliorare, le darò i miei consigli”. Sentii un brivido arrampicarmisi su per la schiena. Sorrisi a mia volta e mi protesi in ascolto. “Tanto per cominciare, afferri bene quella scopa. Il manico, lì, con tutt’e due le mani. E spazzi da dietro in avanti, a colpettini, se non vuole sollevare la polvere.”

Come si arriva a Einaudi?

febbraio 10, 2010

Ultimamente si fa un gran parlare di come arrivare alla pubblicazione. Sandrone Dazieri ha stilato il suo decalogo qui. Remo Bassini l’ha chiosato qui. Giulio Mozzi l’ha riportato qui. Personalmente, leggere questi post mi ha ricordato un aneddoto risalente a una decina d’anni fa. Protagonista: Alda Merini. Un giorno la poetessa milanese, che prima di approdare a Einaudi si era fatta la sua bella gavetta (la pubblicazione di qualche lirica isolata in antologie collettive, i primi due libri personali editi da Schwarz), si sentì apostrofare così da un giovane: “Signora Merini, ma come si arriva a Einaudi?” E lei: “Facile. Vai in stazione, fai il biglietto, e prendi il treno per Torino”.

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