Cartoline 2 / Atene

febbraio 10, 2010

Attracchiamo al Pireo nella prima mattinata. Il termometro dà ventitré gradi, l’umidità sfiora il settantasei per cento e si vede: lo scalo, la città e i monti alle sue spalle sono velati da filacce di nebbia fittissima. Alcune barche più al largo sembrano sospese, come modellini da collezione, in una bottiglia di ouzo. È la prima volta che vedo  un porto delle dimensioni del Pireo, così grande che in realtà – mi informa il capitano – «è più porti messi insieme». Da qui, cioè dalla balaustra di poppa del sesto ponte della nave, l’Acropoli non è visibile. Tuttavia l’anfiteatro di vette che circonda a semicerchio la città portuale ne è già più che un presagio. E infatti dopo aver attraversato la città in tassì – un viaggio rocambolesco per semafori rossi, sorpassi a destra e un’improbabile idea di scorciatoia, per oltre mezz’ora praticamente in balia (ma dovrei dire «in ostaggio») di un autista dai folti baffi staliniani intento, mentre scazzotta il volante impellicciato, a fumare sigarette greche, accapigliarsi al cellulare suppongo con una moglie permalosa e sorseggiare a scatti da una fiaschetta metallica qualcosa che all’olfatto sembra alcol puro denaturato – alla fine eccomi qui. È con un piacevole scrocchio delle vertebre cervicali che sollevo la testa per avvistare da basso l’Acropoli. Mi arrampico insieme a un gruppetto di turisti con una goffaggine da rampeur dilettante. L’odore di foglie marce è nauseabondo. Passo attraverso Porta Beulè e raggiungo i Propilei. La maggior parte dei monumenti è in fase di ristrutturazione. Sulla destra il tempietto di Atena Nike, interamente incappucciato dalle impalcature, è appena visibile. I ponteggi di metallo sfigurano anche il Partenone. Mi rifugio con altri turisti nella contemplazione della loggetta delle cariatidi: le teste che reggono il tetto della balconata da millenni, il loro vigore senza sforzo. Poi seguo la folla e mi sporgo dal parapetto di roccia.  La veduta di Atene che si gode da quassù è quasi aerea. Dopo un bel po’ decido di scendere e mi addentro nella Plaka. Sirtaki e odore di pita nell’aria. Mi allontano ulteriormente fino a fare una puntatina al tempio di Zeus Olimpio. Viste da qui, le rovine classiche imbracate dai ponteggi testimoniano l’estenuante, ininterrotta manutenzione dell’eterno. Per un attimo dimentico i libri di storia e le nozioni dei manualetti d’arte e, con un senso di vertigine, mi aggredisce l’allucinazione che lassù, su quello zoccolo di roccia, l’Acropoli sia in fase di costruzione, appena messa in cantiere. Il passato – annoto sulla mia moleskine – è ancora tutto da fare. Ma il pomeriggio è ormai inoltrato. Mi tocca ritornare alla nave.

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