Di quando incontrai Philip Roth
febbraio 10, 2010
A quel tempo facevo il commesso in libreria e, come tutti i commessi di libreria, scrivevo e sognavo di vedere un giorno il mio nome stampato su uno dei tanti volumi che ero quotidianamente costretto a riporre negli scaffali o spolverare. Una mattina passavo la scopa tra le isole traboccanti di libri. Avevo appoggiato il mento sul dorso delle mani a loro volta appoggiate sul manico della scopa quando entrò in libreria niente poco di meno che Philip Roth, il grande scrittore statunitense. La bocca stretta, gli occhi espressivi, i folti sopraccigli e la calvizie che gli aveva risparmiato come una sciarpetta setolosa tutt’intorno alla testa. Amavo molto i suoi libri: lo stile, le storie, i personaggi. Così decisi di non perdere tempo e lo arpionai. “Avrei bisogno dei suoi consigli…” gli domandai timidamente. “Vorrei tanto imparare da lei. Vorrei che m’insegnasse tutto quello che c’è da sapere. Sento che solo così potrò davvero migliorare.” Allora Philip Roth sorrise. Sorrise e mi disse: “Se ci tiene tanto a migliorare, le darò i miei consigli”. Sentii un brivido arrampicarmisi su per la schiena. Sorrisi a mia volta e mi protesi in ascolto. “Tanto per cominciare, afferri bene quella scopa. Il manico, lì, con tutt’e due le mani. E spazzi da dietro in avanti, a colpettini, se non vuole sollevare la polvere.”