Il libro

Prendete un aristocratico che, passato per la cruna dell’Ancien Régime, dell’Età Napoleonica e della Restaurazione, è ossessionato dal pensiero di riacquistare la nobiltà perduta. Aggiungeteci una figlia viziata non meno posseduta dall’idea  del sangue blu e vanitosamente decisa a respingere l’esercito dei suoi pretendenti a colpi di ciglia  e battutine salaci. Condite con un pittoresco zio viceammiraglio, nell’occasionale veste di ruffiano, che si esprime come un eroe di Melville («Sta’ tranquilla, cara nipote [...]  puoi arpionarlo in tutta sicurezza», «Non sai forse che, purché sia un nobiluomo, ho qualche sacchettino nei miei boccaporti»). Infine aggiungete un ragazzo benfatto e impeccabilmente educato ma dalle oscure origini sociali, e amalgamate il tutto. Il risultato è questo manicaretto narrativo dall’inconfondibile sapore balzacchiano: Il ballo di Sceaux o Il Pari di Francia, composto dallo scrittore di Tours nel 1830.  Il ballo del titolo è quello che fa incrociare le traiettorie dell’aristocratica Emilia e dell’avvenente e misterioso Longueville, ma è anche il balletto delle convenzioni sociali e delle schermaglie amorose con le sue contraddanze e i suoi, imprevedibili, scambi di partner.


Un assaggio

Si sarebbe detto che, simile a una principessa delle Mille e una notte, Emilia fosse tanto ricca e tanto bella da potersi permettere di scegliere fra tutti i principi dell’universo; le sue obiezioni erano una più buffa dell’altra: uno aveva le gambe troppo grosse o le ginocchia storte, l’altro era miope, questo si chiamava Durand, quello guardava losco, quasi tutti le sembravano troppo grassi. Più vivace, più incantevole, più gaia che mai dopo aver respinto due o tre pretendenti, si lanciava nelle feste della stagione invernale e volava ai balli dove i suoi occhi penetranti esaminavano le celebrità del giorno, e si compiaceva d’incoraggiare domande di matrimonio che poi regolarmente rifiutava. [...]

Seduta su una di quelle sedie che limitavano l’area della sala, s’era messa dalla parte estrema del gruppo formato dai suoi familiari per potersi alzare e muovere a suo piacimento, comportandosi con i quadri viventi e le composizioni offerti dall’ambiente come in un museo: puntava l’occhialino su una persona che si trovava a due passi da lei, e faceva le sue osservazioni come se criticasse o lodasse un pezzo di scultura o una scena di genere. I suoi sguardi, dopo aver errato su quella vasta tela animata, furono attratti all’improvviso da una figura che sembrava essere stata messa a bella posta in un angolo del quadro, come un personaggio assolutamente fuor di proporzione con tutto il resto.


Frasi memorabili

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Come la maggior parte dei fanciulli viziati, tiranneggiò coloro che l’amavano e rivolse le sue moine agli indifferenti.

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Una nobiltà senza privilegi è un manico senza utensile.

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Come tutti i giovani, ignorando i pericoli dell’amore e del matrimonio, s’entusiasmò per le apparenze ingannatrici del matrimonio e dell’amore.

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Sono viceammiraglio, signore. Non è come dirvi che un duello mi preoccupa quanto fumare un sigaro? Ai miei tempi due giovani potevano diventare amici solo dopo aver visto il colore del rispettivo sangue.

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Ah! non parliamo di politica. Io sono un povero ultrarealista, sapete. Non impedisco ai giovani di fare i rivoluzionari, purché lascino al re la libertà di disperdere i loro assembramenti.

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L’amore dà tutto, ma solo agli innamorati. Una volta sposi, occorre qualcosa di più di un cielo azzurro e un prato verdeggiante.

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Ma scusate le mie ciarle, signorina: vengo dalla Germania, e da un anno non udivo parlare correttamente in francese. Sono diugiuno a tal punto di bei visi francesi e così sazio di facce tedesche, che mi metterei a parlare alle statue di un candelabro parigino.


Honoré de Balzac, Il ballo di Sceaux, Passigli, Firenze 2008

Traduzione di Nanda Colombo

Titolo originale: Le bal de Sceaux, ou le Pair de France