Il libro

Un giorno come tanti, mentre lavora a una tela di ampie dimensioni, il giovane pittore Hippolyte Schinner cade giù dalla scala, batte il capo contro uno sgabello e perde i sensi. Al risveglio la sua testa è sostenuta da due premurose mani femminili, che l’artista scopre appartenere a una ragazza dai beni modi di cui non tarda a innamorarsi. Il banale incidente porta così il protagonista del racconto, scritto da Balzac nel 1832 all’interno della Comédie Humaine e inserito nella sezione dedicata agli “Studi di costume”, al centro di una tela domestica dominata dalla giovane, dalla sua vecchia madre e da un misterioso reduce d’età napoleonica. Ha così inizio un piccolo giallo familiare dove l’amore, l’arte, l’appartenenza sociale e – il dispotico burattinaio delle umane vicende, secondo Balzac – Monsieur L’Argent duellano e duettano amabilmente. Le due donne e il loro ambiguo sodale sono davvero ciò che sembrano? E la scomparsa della borsa di Hyppolite – fulcro dello scioglimento del racconto nonché della visione balzacchiana della società – è davvero una semplice sparizione o non invece un furto abilmente orchestrato?


Un assaggio

Nessun pittore di costumi ha osato iniziarci, forse per pudore, agli interni veramente curiosi di certe esistenze parigine, al segreto di quelle abitazioni da cui escono degli abbigliamenti così freschi e così eleganti, delle donne così brillanti che, ricche di fuori, lasciano vedere dappertutto a casa loro i segni di una fortuna equivoca. Se la pittura è qui troppo chiaramente disegnata, se vi trovate delle lungaggini, non ne accusate la descrizione che fa, per così dire, tutt’uno con la storia: perché l’aspetto dell’appartamento abitato dalle due vicine influì molto sui sentimenti e sulle esperienze di Hippolyte Schinner. La casa apparteneva a uno di quei proprietari che hanno un orrore profondo per le riparazioni e per gli abbellimenti, uno di quegli uomini che considerano la loro posizione di proprietario parigino come un mestiere. Nella grande catena di specie morali, questa gente è a metà strada tra l’avaro e l’usuraio. Ottimisti per calcolo, sono del tutto fedeli allo status quo dell’Austria. Se volete parlare di toccare un’imposta o una porta, di praticare il più indispensabile spiraglio, i loro occhi brillano, la loro bile è in subbuglio, loro si impennano come cavalli spaventati. Quando il vento ha spostato qualche tegola dai loro caminetti, si danno per malati e non possono andare al Gymnase o a Porta Saint-Martin per fare le riparazioni. Hippolyte, che a proposito di certi abbellimenti da fare nel suo studio, aveva avuto gratis la rappresentazione di una scena comica con il signor Molineux, non si stupì dei toni neri e grassi, delle tinte oleose, delle macchie e di altri accessori piuttosto sgradevoli che decoravano le pareti. Questi segni di miseria non sono d’altra parte senza poesia agli occhi di un artista.

Mademoiselle Leseigneur venne lei stessa ad aprire la porta. Vedendo il giovane pittore lo salutò; poi, allo stesso tempo, con quella abilità parigina e quella presenza di spirito data dall’orgoglio, si girò per chiudere la porta di un tramezzo di vetro attraverso il quale Hippolyte avrebbe potuto vedere qualche biancheria stesa su delle corde sopra la cucina economica, una vecchia branda, la brace, il carbone, ferri da stiro, un serbatoio, il vasellame e tutti gli utensili tipici dell’uso domestico. Delle tende di mussolina molto pulite nascondevano accuratamente questo capharnaum, parola usata per designare familiarmente queste specie di laboratori, del resto mal illuminati da piccole finestre affacciate su una corte vicina. Con il rapido colpo d’occhio degli artisti, Hippolyte vide la destinazione, i mobili, l’insieme e lo stato di questa prima stanza divisa in due. La parte più nobile, che serviva allo stesso tempo da anticamera e da sala da pranzo, era coperta da una vecchia carta di color dorato, dal bordo vellutato, senza dubbio fabbricata da Réveillon, e della quale i buchi e le macchie erano stati accuratamente nascosti sotto delle etichette. Delle stampe di Lebrun rappresentanti le battaglie di Alessandro, ma in cornici senza più doratura, decoravano simmetricamente i muri. In mezzo a questa stanza c’era un tavolo di mogano massiccio, di forme antiquate e con i bordi consumati. Una piccola stufa, il cui tubo dritto e senza gomito si vedeva appena, si trovava davanti al camino, il cui vano conteneva un armadio. Per un contrasto bizzarro, le sedie offrivano qualche vestigia di uno splendore passato, erano di mogano scolpito, ma il marocchino rosso della seduta, i chiodi dorati e le molle mostravano delle cicatrici numerose come quelle dei vecchi sergenti della guardia imperiale.

Questa stanza serviva da museo per certe cose che si trovavano in quella specie di case anfibie, oggetti senza nome che partecipano allo stesso tempo del lusso e della miseria. Tra le altre curiosità, Hippolyte vide un cannocchiale magnificamente decorato, sospeso sopra il piccolo specchio verdastro che decorava il camino. Per completare questo strano mobilio, tra il camino e il tramezzo c’era una brutta credenza dipinta a mogano, tra tutti i tipi di legno quello che si riesce meno a imitare. Ma il pavimento rosso e scivoloso, i brutti tappetini messi davanti alle sedie, i mobili, tutto brillava di quella proprietà di strofinìo che presta un falso lustro alle cose vecchie, accusandone ancora di più i loro difetti, la loro età e il loro lungo uso. Regnava in questa stanza un sentore indefinibile risultante dalle esalazioni del capharnaum mescolate con i vapori della sala da pranzo e con quelli delle scale, benché la finestra fosse semiaperta e l’aria della strada muovesse le tende di percalle accuratamente tirate, in modo da nascondere il vano dove i precedenti inquilini avevano lasciato i segni della loro presenza con diverse incrostazioni, sorta di affreschi domestici. Adélaïde aprì prontamente la porta dell’altra stanza, dove fece entrare il pittore con un certo piacere. Hippolyte, che un tempo aveva visto a casa della madre gli stessi segni di povertà, li notò con la singolare vivacità d’impressione che caratterizza le prime acquisizioni della nostra memoria, e si calò meglio di chiunque altro nei dettagli di quella esistenza. Riconoscendo gli oggetti della sua vita d’infanzia, questo buon giovanotto non ebbe né disprezzo per quella disgrazia nascosta, né orgoglio per il lusso che egli aveva appena conquistato per sua madre.

«Bene, signore! Spero che non risentiate più della vostra caduta» gli disse la vecchia madre, alzandosi da un antico sedile messo all’angolo del camino e offrendogli una poltrona.


Frasi memorabili

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Non è un merito molto raro quello di saper giudicare la propria epoca?

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Teneva il posto a metà tra il cane, il pappagallo e l’amico.

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Feconda e ridente, la speranza gli versò mille pensieri di felicità, e lui non volle più osservare niente intorno a sé. Fanciullo pieno di fiducia, gli parve disonorevole analizzare un piacere.


Honoré de Balzac, La borsa, Barbes, Firenze 2008

Traduzione di Gabriele Fredianelli

Titolo originale: La bourse