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	<title>IL LIBRO DELLA MENTE</title>
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		<title>Orfanità letterarie</title>
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		<pubDate>Tue, 01 Dec 2009 08:44:19 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[La ricostruzione di un vuoto
L’orfana Cecilia, protagonista di Stabat Mater di Tiziano Scarpa, si intrattiene spesso con un’inquietante figura dai capelli di serpente, immaginario interlocutore dei suoi monologhi interiori. Sul finire del romanzo, alla ragazza che dispera di ritrovare la propria madre, questa proiezione della sua angoscia ribatte cinicamente: «Non l’hai mai persa, non l’hai [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=illibrodellamente.wordpress.com&blog=3850349&post=272&subd=illibrodellamente&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p style="text-align:justify;"><span style="color:#000000;"><strong><img class="alignleft" src="http://files.splinder.com/4ccfc8d3646c6bcf2d3a2603ad32db72_medium.jpg" alt="" width="153" height="156" />La ricostruzione di un vuoto</strong></span></p>
<p style="text-align:justify;"><span style="color:#000000;">L’orfana Cecilia, protagonista di <em>Stabat Mater</em> di Tiziano Scarpa, si intrattiene spesso con un’inquietante figura dai capelli di serpente, immaginario interlocutore dei suoi monologhi interiori. Sul finire del romanzo, alla ragazza che dispera di ritrovare la propria madre, questa proiezione della sua angoscia ribatte cinicamente: «Non l’hai mai persa, non l’hai mai avuta».  Una massima affine – «Non si perde quello che non si è mai avuto, non si ha quello che non si è mai perso» – è invece la didascalia conclusiva che Nicola Lagioia appone alle vicende dei protagonisti del suo <em>Riportando tutto a casa</em> e, più in generale, agli anni Ottanta che fanno da sfondo e materia al romanzo. La quasi identità delle due frasi non supererebbe lo steccato delle semplici consonanze lessicali– restando, appunto, poco più che una coincidenza – se non sintetizzasse aforisticamente il soggetto dei due libri. Entrambi, infatti, si misurano con un vuoto. Quello di <em>Stabat Mater</em> è un vuoto esistenziale: è la voragine spalancata in un individuo dall’assenza della figura materna. Il vuoto con cui fa i conti <em>Riportando tutto a casa</em> è invece storico-sociale (sebbene non manchi di risvolti esistenziali): si tratta dell’enorme cratere fumante lasciato dal passaggio della meteora degli Ottanta, i desolati anni del riflusso incarnati in particolare da Vincenzo, orfano di madre come la Cecilia scarpiana.</span></p>
<p style="text-align:justify;"><span style="color:#000000;">Ma la concomitanza forse maggiore tra i libri di Scarpa e Lagioia, per il resto lontanissimi tra loro quanto possono esserlo un romanzo lirico ambientato nella Venezia vivaldiana e un bildungsroman generazionale sullo sfondo di una Bari fine Novecento, è che in entrambi, nel momento in cui i loro autori si cimentano coi temi del vuoto e dell’assenza, la letteratura stessa sembra configurarsi come la ricostruzione di questo vuoto, l’evocazione di questa assenza (con la differenza che in <em>Stabat mater</em> l’espediente per dare forma al vuoto è quello classico del diario, in <em>Riportando tutto a casa</em> quello altrettanto classico dell’indagine ricostruttiva). La protagonista del romanzo scarpiano, infatti, esorcizza il baratro delle sue giornate e della sua angoscia di orfana riempiendo pagine su pagine di parole. Cecilia evoca attraverso il gesto della scrittura e la corporeità stessa del linguaggio – lingua e corpo sono i due grandi perni su cui si avvita l’opera dell’autore veneziano – il fantasma della madre, emulando così l’essenza stessa del lavoro di scrittore. Affine operazione di restauro, ma in questo caso centrata sulle lacune di un’epoca e di una memoria personale, è alla base di <em>Riportando tutto a casa</em>. Anche qui a riscattare anche solo letterariamente e parzialmente questa perdita è la potenza evocativa della parola. Lo scrittore di Bari gioca a rimpiattino tra passato e presente – la Storia, non il corpo, è il centro gravitazionale del mondo lagioiano – sorretto dall’illusione  adolescenziale del protagonista che è, in fondo, l’articolo di fede di qualsiasi narratore: «io ero convinto di poter controllare il tempo!»</span></p>
<p style="text-align:justify;"><span style="color:#000000;"> </span></p>
<p style="text-align:justify;"><span style="color:#000000;"> </span></p>
<p style="text-align:justify;"><span style="color:#000000;"><strong>Adottare se stessi</strong></span></p>
<p style="text-align:justify;"><span style="color:#000000;">La giostra dei parallelismi finirebbe qui, se non stimolasse ulteriori e più generali riflessioni su vuoti e orfanità letterarie. L’autore di <em>Stabat mater</em> è infatti lo stesso che qualche anno fa, nel bel mezzo di una delle ricorsive polemiche sulla supposta morte della letteratura e l’inconsistenza della narrativa italiana, si schierò contro la generazione dei padri (addirittura articolando una sottile distinzione tra <em>padrone</em>, <em>padrino</em>, <em>paternalista</em> e <em>padrista</em>)  rivendicando la maggiore età artistica per sé e i suoi coetanei. E Lagioia è lo stesso autore che esordiva otto anni fa nientemeno che con un parricidio letterario, <em>Tre sistemi per sbarazzarsi di Tolstoj</em>, e che, proprio in una riflessione a due con Scarpa, liquidava lo scontro ideologico tra la sua e la precedente generazione di intellettuali auspicando con piglio cinico che «nel gioco eterno del ricambio generazionale, la biologia faccia il suo corso». D’altronde, a dispetto dei dieci anni d’età che separa i due scrittori, il cannibalismo dell’esordio scarpiano e il dadaismo <em>post litteram</em> di quello lagioiano stanno lì a dirci di una comune esigenza di rottura con l’autorità. Ma l’opera e le riflessioni degli autori di <em>Stabat mater</em> e <em>Riportando tutto a casa</em> si inquadrano in un contesto geograficamente e ideologicamente più ampio, di cui ci ha fornito un bel ritratto se non un padre, un fratello maggiore del calibro di David Foster Wallace:</span></p>
<p style="text-align:justify;"><span style="color:#000000;">«Questi ultimi anni dell&#8217;era postmoderna mi sono sembrati un po&#8217; come quando sei alle superiori e i tuoi genitori partono e tu organizzi una festa. Chiami tutti i tuoi amici e metti su questo selvaggio, disgustoso, favoloso party, e per un po&#8217; va benissimo, è sfrenato e liberatorio, l&#8217;autorità parentale se ne è andata, è spodestata, il gatto è via e i topi gozzovigliano nel dionisiaco. Ma poi il tempo passa e il party si fa sempre più chiassoso, e le droghe finiscono, e nessuno ha soldi per comprarne altre, e le cose cominciano a rompersi o rovesciarsi, e ci sono bruciature di sigaretta sul sofà, e tu sei il padrone di casa, è anche casa tua, così, pian piano, cominci a desiderare che i tuoi genitori tornino e ristabiliscano un po&#8217; di ordine, cazzo&#8230; Non è una similitudine perfetta, ma è come mi sento, è come sento la mia generazione di scrittori e intellettuali o qualunque cosa siano, sento che sono le tre del mattino e il sofà è bruciacchiato e qualcuno ha vomitato nel portaombrelli e noi vorremmo che la baldoria finisse. L&#8217;opera di parricidio compiuta dai fondatori del postmoderno è stata importante, ma il parricidio genera orfani, e nessuna baldoria può compensare il fatto che gli scrittori della mia età sono stati orfani letterari negli anni della loro formazione. Stiamo sperando che i genitori tornino, e chiaramente questa voglia ci mette a disagio, voglio dire: c&#8217;è qualcosa che non va in noi? Cosa siamo, delle mezze seghe? Non sarà che abbiamo bisogno di autorità e paletti? E poi arriva il disagio più acuto, quando lentamente ci rendiamo conto che in realtà i genitori non torneranno più – e che noi dovremo essere i genitori».</span></p>
<p style="text-align:justify;"><span style="color:#000000;">In questa prospettiva si comprende meglio perché Cecilia decida di scappare dall’orfanotrofio, ma non per andare alla ricerca di una madre che l’ha rifiutata. La decisione del personaggio scarpiano è opposta a quella del protagonista di un altro romanzo orchestrato intorno al vuoto – della patria perduta, del padre morto, dei padri letterari rifiutati – cioè <em>Il dono</em> di Nabokov. È col desiderio non di ritrovare il genitore, ma di perderlo che Cecilia getta in mare la metà di quella rosa dei venti che avrebbe potuto orientarla nella ricerca della madre, recidendo così anche l’ultimo pezzo di cordone ombelicale («sono io in carne ed ossa, tutta intera, che mi sono riconsegnata a me stessa, sono io che adesso vado incontro al mio destino»). Lo stesso istinto di tradimento filiale e abbandono a se stessi – Joyce e Beckett, dunque, non Nabokov – muove i protagonisti di <em>Riportando tutto a casa</em>. «Questo tradimento» afferma Lagioia nel racconto <em>Bari</em> che precorre l’ultimo romanzo, «era uno dei pochi sistemi allora disponibili per diventare un individuo».</span></p>
<p style="text-align:justify;"><span style="color:#000000;"> La sensazione è che in <em>Stabat mater</em> e <em>Riportando tutto a casa</em>, romanzi sull’orfanità esistenziale e storica e sulla letteratura come atto di adozione della realtà, si rifletta lo sforzo, non solo di Scarpa e Lagioia ma dell’intera generazione di «orfani letterari» di cui fanno parte, di diventare loro – appunto – i genitori. Penso , per esempio, al Giuseppe Genna di <em>Dies irae</em> o alla Michela Murgia di <em>Accabadora</em>. Una pattuglia di scrittori decisi a fare letteratura colmando i gap ideologici (l’assenza dei padri di cui parla Wallace) e quelli storici (la desolazione politico-sociale dell’ex Belpaese) nella presa di coscienza wallaciana che i genitori non torneranno e che non resta, nell’orfanità generale, che adottare se stessi.</span></p>
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		<title>Videodrome</title>
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		<pubDate>Fri, 06 Feb 2009 03:02:45 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Caserta, 6 novembre 2008. A Valle di Maddaloni un bimbo di 4 anni è morto schiacciato dal televisore che stava tentando di spostare. Il televisore era sistemato su un carrello con le ruote nel soggiorno di casa, e il piccolo lo ha voluto posizionare in maniera da poter vedere i cartoni animati mentre era a [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=illibrodellamente.wordpress.com&blog=3850349&post=77&subd=illibrodellamente&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p style="text-align:justify;"><img class="alignleft" src="http://i108.photobucket.com/albums/n18/Gorefan_2006/videodrome-se_shot3l2.jpg" alt="" width="187" height="116" /><span style="color:#000000;"><em>C<span style="color:#000000;">aserta, 6 novembre 2008</span></em><span style="color:#000000;">. A Valle di Maddaloni un bimbo di 4 anni è morto schiacciato dal televisore che stava tentando di spostare. Il televisore era sistemato su un carrello con le ruote nel soggiorno di casa, e il piccolo lo ha voluto posizionare in maniera da poter vedere i cartoni animati mentre era a tavola in una stanza attigua. Ma la tv gli è caduta addosso causandogli lo schiacciamento del torace e altre lesioni interne. Il bambino è morto prima di giungere al pronto soccorso.</span></span></p>
<p style="text-align:justify;"><span style="color:#000000;"><em>Ascoli Piceno, 27 gennaio 2009</em>. È morta a sette anni schiacciata dal televisore di casa che le è caduto addosso. La tragedia è accaduta a Montegranaro, piccolo comune sull&#8217;Appennino, in provincia di Ascoli Piceno, nelle Marche. La piccola Sara, questo il nome della bimba, era in casa quando ha inciampato nel carrello porta-tv. Una manciata di secondi e anche il pesante apparecchio le è piombato sopra come un&#8217;incudine. Sara non ha avuto scampo. Il suo corpicino è stato schiacciato dal televisore. La bimba è stata accompagnata in ambulanza all&#8217;ospedale di Civitanova Marche e in elicottero ad Ancona dove i medici avrebbero potuto prestarle cure migliori, ma è stato tutto inutile. L&#8217;agonia è terminata ieri mattina in un lettino del reparto rianimazione davanti alla disperazione dei genitori che hanno trascorso la notte al suo capezzale.</span></p>
<p style="text-align:justify;"><span style="color:#000000;"><em>Trapani, 5 febbraio 2009</em>. Una donna di ottantadue anni, Maddalena Motisi, è morta oggi, a Trapani, a seguito dello scoppio di un televisore. La pensionata, che viveva da sola, è stata investita dall&#8217;esplosione. Sul posto sono intervenuti i vigili del fuoco che hanno provveduto a spegnere l&#8217;incendio. Per l&#8217;anziana non c&#8217;era però più nulla da fare.</span></p>
<p style="text-align:justify;">
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		<title>Dimenticare il nome di Lampe</title>
		<link>http://illibrodellamente.wordpress.com/2008/05/30/dimenticare-il-nome-di-lampe/</link>
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		<pubDate>Fri, 30 May 2008 00:51:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>me</dc:creator>
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Che cos&#8217;è questa cosa? Dove voglio andare a parare? Sono io, senza dubbio, il primo a non saperlo. O forse a non ricordarlo. Già, il guaio è proprio questo: una memoria che fa cilecca come un cerino bagnato. Non ricordo nulla &#8211; o pochissimo &#8211; delle cose che mi sono accadute e di quelle che [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=illibrodellamente.wordpress.com&blog=3850349&post=6&subd=illibrodellamente&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p style="text-align:justify;">
<p><img class="alignleft" src="http://www.thetechherald.com/media/images/200819/PostIt_16.jpg" alt="" width="161" height="109" /></p>
<p style="text-align:justify;"><span style="color:#000000;">Che cos&#8217;è questa cosa? Dove voglio andare a parare? Sono io, senza dubbio, il primo a non saperlo. O forse a non ricordarlo. Già, il guaio è proprio questo: una memoria che fa cilecca come un cerino bagnato. Non ricordo nulla &#8211; o pochissimo &#8211; delle cose che mi sono accadute e di quelle che tuttora mi accadono. Perdo pezzi. Mi appanno. Dissolvo. E allora questa cosa è forse il tentativo di non scordare del tutto, di restare a galla in un mare di post-it. Ecco perché &#8220;il libro della mente&#8221;.</span></p>
<p style="text-align:justify;"><span style="color:#000000;">Sempre che non valga l&#8217;esatto contrario e la scrittura non vada a braccetto con l&#8217;oblio. Bernardin de Saint-Pierre: «Ciò che metto sulla carta lo tolgo dalla memoria e quindi lo dimentico». Magari è proprio così: si scrive per dimenticare. Per elaborare, attraverso lo scritto, il lutto della realtà. Per riporre la vita dentro un libro da riporre in uno scaffale e via.</span></p>
<p style="text-align:justify;"><span style="color:#000000;">Ma forse no. Forse un&#8217;altra eventualità esiste. A offrirmela è Immanuel Kant, il filosofo. L&#8217;uomo sulla cui passeggiata gli abitanti di Königsberg accordavano gli orologi. Kant aveva un domestico di nome Lampe che lo assisteva durante tutta la giornata, dalla sveglia alle cinque in punto del mattino («È ora!») al pranzo all&#8217;una esatta («La minestra è in tavola!»), fino a temperare alla sera la penna di cui il filosofo aveva bisogno la mattina dopo per scrivere. Ma nel 1802, quando aveva settantotto anni suonati e la sua mente iniziava ormai a vacillare sotto i colpi della vecchiaia, Kant licenziò il fedele domestico. Ne seguirono sconforto, afflizione, rabbia. E fu proprio il risentimento che, insieme all&#8217;incapacità di scordare il servitore, gli fece annotare su un foglietto il seguente promemoria: Ora il nome di Lampe va assolutamente dimenticato. Straordinario, sublime paradosso che sembra racchiudere il senso stesso dello scrivere (e &#8211; perché no? &#8211; della vita): ricordarsi di dimenticare.</span></p>
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